Lui & Lei
Laura: La Regina della Cera Calda-Cap.6 di 6
giorgal73
25.05.2026 |
202 |
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"Trovo il corridoio vuoto, la porta dello studio socchiusa, come se tutto fosse stato solo un sogno a rating esplicito..."
Premessa:Scopri il mio segreto bollente: un corpicino glabro come seta dopo una ceretta indimenticabile con una bionda dal piercing argenteo che mi ha fatto vedere le stelle! Invito le donne intraprendenti e audaci a un club privé esclusivo a Bologna per palpare, esplorare e rivivere la passione esplosiva di quella seduta. Pronta a osare senza peli di mezzo e divertirti da matti con un uomo liscio e voglioso?
Nell’ attesa leggi tutti e 6 i capitoli per non perdere nessun colpo di scena e lascia un commento, pollice in su e proposta indecente per una nostra personale storia!
***** Capitolo 6 di 6 - Glabro e felice*****
Vorrei poter dire che sono un toro instancabile, che dopo un orgasmo così intenso ne ho subito un altro in canna, pronto a dimostrare la mia virilità di cinquantenne alfista. Invece, la realtà è meno cinematografica: dopo lo tsunami che mi ha attraversato, Little Joe è ora semisdraiato tra i fantasmi dei miei peli, ancora ostinato nella sua dignità ma lontano anni luce da una nuova erezione. Laura continua a succhiarlo, caparbia, con una fame che mi lusinga e mi mette a disagio insieme. Sento il suo respiro caldo sulla pelle, il movimento della lingua che si ostina sul glande come a volerlo convincere che può ancora dare spettacolo. Ma il mio corpo è più onesto di me: avverto una stanchezza dolce che mi fa tremare le gambe, e se anche il piacere mi attraversa ancora a fiotti, so che almeno per ora è fuori portata una nuova esplosione.
Mi sento in colpa. Non voglio deluderla, non ora che si è messa così a nudo davanti a me, non ora che la vedo abbandonare per la prima volta la corazza da professionista impeccabile. Sono tentato di mentire, di fingere uno slancio eroico, ma la mia bocca prende la parola prima del cervello.
«Scusami,» mormoro tra le sue cosce, la voce roca e impastata.
«Sono venuto da poco, non credo di riuscire ancora.» Mi aspetto un accenno di delusione, uno sbuffo o una risata di scherno.
«Non ti preoccupare,» sussurra lei, e si sporge in avanti come a suggellare un patto segreto. Poi, senza preavviso, sento che le sue mani si fanno più esplorative, lasciando la traiettoria nota della mia asta per scivolare più in basso, a indagare un territorio che avevo sempre considerato di confine. Sento il suo respiro farsi più lento, concentrato, e i suoi gesti diventano quasi ipnotici: la sua lingua continua a prendermi per il gioco, ma ora sono soprattutto le dita a guidare la danza, avvicinandosi a un punto che fino a quel momento avevo lasciato in disparte, come una stanza chiusa della casa di famiglia. Quando il suo dito sfiora l’anello muscolare dell’ano, la mia prima reazione è di puro imbarazzo. Un istinto vecchio come il mondo mi dice di ritrarmi, di difendere quel territorio maschile che solo l’urologo qualche mese fa ha perlustrato. Ma il calore delle sue mani, la naturalezza con cui si muove, la mancanza totale di fretta o di giudizio nei suoi occhi mi disarmano: scopro che la mia paura si trasforma in curiosità, e la curiosità in desiderio di cedere. Laura non forza niente, aspetta che io mi rilassi, che apra la porta senza forzature. E io la apro, lasciando che il suo dito entri piano, con una delicatezza che mi commuove più di quanto vorrei ammettere. Il senso di invasione cede subito il passo a una scarica di piacere che non avevo mai sperimentato.
È un’ondata diversa da tutto ciò che conosco: non il fuoco acido del sesso tradizionale, ma una corrente sottile e costante che parte dal basso e mi investe la colonna vertebrale. Laura individua la prostata senza esitazione, come se fosse nata per trovare quel bottone segreto, e la massaggia con piccoli movimenti circolari, che trasmettono scintille in ogni cellula del mio corpo.
All’inizio mi fa quasi ridere, tanto è assurdo e nuovo, ma dopo pochi secondi rido davvero, una risata breve e liberatoria che si trasforma subito in un gemito gutturale, il gemito di uno che ha scoperto improvvisamente di avere una seconda anima. Il mio cazzo, che sembrava morto e sepolto, si rianima di colpo, gonfiandosi tra le mani e la bocca di Laura come se non aspettasse altro. Sento il sangue che pulsa fino alla punta, una sensibilità che rasenta il doloroso, e la sua lingua e il suo dito lavorano in sinergia perfetta: su e giù, dentro e fuori, un duetto di piacere che mi fa perdere ogni controllo del tempo e dello spazio. Gli occhi mi si chiudono da soli, la bocca si apre a cercare aria, e mi accorgo che sto supplicando senza vergogna: «Ancora, non fermarti, ti prego, ancora…» Non c’è più alcuna dignità da difendere, nessuna maschera da mantenere.
Sono completamente nelle sue mani, letteralmente, e la cosa non solo non mi spaventa, ma mi fa sentire incredibilmente vivo. Laura sembra leggere ogni reazione del mio corpo come un musicista che conosce a memoria il proprio spartito. Quando accelera il ritmo, sento che mi avvicino di nuovo all’orlo, ma questa volta in un modo diverso, più profondo, come se l’orgasmo partisse dalla testa e solo alla fine arrivasse al cazzo. Quando vengo, è una deflagrazione silenziosa ma devastante, un piacere che mi attraversa le budella e si spalma su ogni fibra del mio corpo. Il mio cazzo scarica una nuova ondata di sperma, più fluida, quasi lattiginosa, e Laura la raccoglie sulla lingua come fosse nettare, senza perdere una goccia. Il mio corpo rimane teso a lungo, la schiena arcuata, le mani che artigliano il lenzuolo come in una stretta di morte. Poi crollo di nuovo sul lettino, svuotato e felice come un neonato che ha finalmente pianto tutto il pianto del mondo. Laura si stacca da me piano, con la stessa delicatezza con cui aveva iniziato.
Laura, con una calma quasi chirurgica, prende delle salviette umidificate dal mobiletto, le sfila dalla confezione con un gesto pratico e senza esitazioni. Me le passa prima su quello che resta del mio orgoglio, lo fa con una cura devota eppure priva di sentimentalismi: nessun vezzo, nessuna coccola, solo l’efficienza di chi sa che la carne va trattata con rispetto ma senza troppi giri di parole. Poi passa a sé stessa, le gambe ancora aperte sul lettino, e si pulisce la fighetta — la sua parola, non la mia — con lo stesso gesto deciso con cui si versa il caffè la mattina. Il tessuto bianco si macchia di umori e di un retrogusto di sangue, un misto che trovo insieme osceno e familiare, come se ogni segreto del mondo passasse per quel pudore lavato via in pochi secondi.
Quando ha finito, la vedo raccogliere i vestiti dalla sedia: reggiseno, slip, camicetta, tutto in ordine di apparizione, ogni pezzo ripreso con la precisione di un rituale antico. Non c’è imbarazzo nei suoi movimenti, solo una fretta sottile di ripristinare il fronte, di ricomporre la figura della dottoressa che per quaranta minuti si era lasciata scucire. Si china a raccogliere le calze, le fa scorrere sulle cosce ancora segnate dai miei morsi; mi guarda e sorride, è la stessa Laura di prima ma con un tremolio negli occhi che non c’era all’ingresso. Per un attimo penso che la vedrò piangere, o ridere, o forse tutte e due le cose insieme. Invece no: inforca i tacchi con un colpo secco e mi si piazza davanti, da vestita ma spettinata, una miscela di ordine e trasgressione che mi scombina di nuovo.
Io sono ancora seminudo sul lettino, le gambe a penzoloni e la schiena madida di sudore, incapace di trovare una frase che non sia una battuta scema. Lei, come se nulla fosse accaduto, si sistema i capelli davanti allo specchio, si slaccia la coda e la rifà, poi si volta verso di me e mi regala la più professionale delle mezze sorrisi. «Ti aspetto in reception per fissare il prossimo appuntamento,» dice, e la voce è quella di sempre, ma con una nota più calda, una risonanza che non sentivo dalla prima visita.
Resto lì qualche secondo, troppo frastornato per reagire. Poi mi sollevo, raccolgo i boxer e la camicia dal pavimento, li indosso con la goffaggine di un ragazzino beccato a frugare nel cassetto dei genitori. Il mio corpo è ancora un campo di battaglia, ogni parte indolenzita o sensibile come dopo una febbre lunga. Sento l’odore acre e salmastro del sesso nell’aria, mescolato alle note dolci del suo deodorante, un profumo da supermercato che mi sembra il più erotico del mondo. Sistemo alla meglio i capelli, mi sciacquo la bocca con l’acqua del bicchiere di plastica, prendo fiato e mi guardo allo specchio: le occhiaie più scure, la pelle ancora arrossata in alcuni punti, e negli occhi un lampo di qualcosa che non so definire. Forse malinconia, forse gratitudine.
Quando esco dalla stanza, Laura non c’è più. Trovo il corridoio vuoto, la porta dello studio socchiusa, come se tutto fosse stato solo un sogno a rating esplicito. Devo appoggiarmi un attimo al muro per non perdere l’equilibrio, ma poi ritrovo il passo e raggiungo la reception, dove lei mi aspetta, già immersa tra scartoffie e telefonate, perfetta nell’abito e imperscrutabile nel volto. Mi accoglie con un sorriso, uno vero stavolta, e mi porge il promemoria per il prossimo controllo semestrale. «Ti va bene il 18 giugno?» chiede, e per un attimo la frase mi sembra una provocazione, un invito a ricordare, a non lasciar scivolare tutto nell’amnesia comoda dei maschi di mezza età. Rispondo di sì, certo, mi va bene qualsiasi cosa. Ci scambiamo un ultimo sguardo, quello degli avventurieri che hanno condiviso una tempesta e ora devono tornare alla civiltà senza lasciar trasparire la fatica, o il sollievo. Senza più un pelo, liscio come un vermiciattolo, anzi come un bambino appena nato, ancora incredulo di quello che è successo, penso che sia stata la migliore seduta estetica della mia vita, era la prima, ma sicuramente il 18 andrò preparato e speranzoso.
Senza più un pelo, liscio come un vermiciattolo — anzi no, come un bambino appena nato, rosa e indifeso e stupito di esistere — scendo i gradini del palazzo con le gambe ancora molli, la pelle del petto che brucia ancora dove la ceretta ha strappato via tutto, e il cuore che batte ancora un po’ troppo forte per una semplice mattina di giovedì. Il 18 giugno è lontano. Ma ci arriverò preparato, e con molta, molta speranza.
Spero che il racconto ti abbia eccitato e proiettato nel mio piccolo mondo lussurioso. Quindi se ti andasse di conoscere un uomo normale, bruttino, ma simpatico e fantasioso, io son qui, sai dove trovarmi. Mi rivolgo esclusivamente al mondo femminile, non vogliatemene cari maschietti!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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